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Badanti e coronavirus

Adiura Montecatini TermeNewsBadanti e coronavirus
4 Marzo 2020 Posted by wp_3088428 News

Chi ha in casa un collaboratore domestico è perché, spesso, ha bisogno di un aiuto in quanto deve assentarsi tutto il giorno per motivi di lavoro. Ora che l’emergenza coronavirus costringe milioni di italiani a rimanere a casa, ha senso pagare una colf o una badante? E, nel caso in cui si decidesse di rinunciare ai loro servizi nel periodo in cui si è costretti a restare nel proprio domicilio, la retribuzione va pagata lo stesso? Sempre che il collaboratore sia assunto, ovviamente. E poi: colf e badanti che vivono con la famiglia del datore di lavoro, come devono gestire le ore di riposo? Possono uscire di casa?

Diciamo, innanzitutto, che il Governo ha approvato un aiuto alle famiglie che devono sostenere i costi dei collaboratori domestici, sostegno che consiste nella sospensione dei versamenti di contributi previdenziali ed assistenziali. La scadenza è slittata al 10 giugno 2020 ed il pagamento si può fare anche a rate. Chi non ha la colf e la badante ma deve ricorrere ai servizi di una baby sitter, può beneficiare di un voucher fino a 600 euro al mese tramite il libretto di famiglia.

Da un punto di vista contrattuale, colf e badanti che hanno un contratto in regola da convivente potranno spostarsi ma solo in caso di effettiva necessità. Ciò vuol dire, ad esempio, dover rinunciare al giorno libero della domenica in sintonia con le regole che chiedono ai cittadini di non uscire di casa.

Ad ogni modo, per gli spostamenti sarà sempre necessaria l’autocertificazione. Il collaboratore domestico, dunque, dovrà portare sempre con sé il modulo in cui dichiara il motivo dell’uscita e le generalità del datore di lavoro. Costui non può impedire al lavoratore di uscire, poiché non può limitare la sua libertà. Ma se ritiene che non addotta le dovute precauzioni, può impedirgli di tornare chiedendogli di mettersi in ferie. A tal proposito, però, è necessario che il datore di lavoro informi la colf o la badante sul comportamento da osservare: distanza da mantenere, uso di mascherina e guanti, controllo della febbre.

Il datore di lavoro può optare anche per sospendere la prestazione del collaboratore a tempo determinato, cioè finché non rientrerà l’emergenza. In questo caso, deve comunque pagare la retribuzione al lavoratore.

Altra possibilità è quella di ricorrere alle ferie o ai permessi retribuiti. Oppure ai permessi non retribuiti, nel caso il lavoratore lo richiedesse. Si tratterebbe di una specie di aspettativa che sospenderebbe il rapporto di lavoro temporaneamente il che richiederebbe, però, come forma di tutela, una scrittura privata in cui si stabilisce il limite temporale, eventualmente da prorogare.

C’è sempre l’opzione della riduzione dell’orario di lavoro: non un part-time, perché non è contemplato dal contratto nazionale di categoria, ma la scelta di segnare meno ore lavorate per una ventina di giorni senza modificare il contratto.

Per il collaboratore che assiste un anziano in una casa di cura e che non può lavorare per il divieto di accesso alla struttura, il Governo valuta la possibilità di concordare con le amministrazioni pubbliche altre forme di prestazioni individuali a domicilio, eventualmente in deroga alle clausole contrattuali degli appalti già esistenti.

Infine, chi non riuscirà a trovare un accordo con il lavoratore può ricorrere al caso estremo del licenziamento. Viceversa, anche il collaboratore domestico può dimettersi, se lo ritiene opportuno, sapendo che il contratto garantisce la necessaria flessibilità per poter accedere alla Naspi.

fonte: La legge per tutti

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